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Nello studio dei documenti di storia, diritto e letteratura contemporanea, un elemento ci ha davvero sorpreso: varie donne, le quali si sono distinte in differenti campi della cultura nel corso del Novecento, anche quando apparentemente sembrano non avere nulla in comune, risultano alla fine unite dal filo conduttore di una violenza di genere, che tutte hanno subito. Per tale ragione sembrano essere investite dalla missione di raccontare la loro epoca, dando voce a tutte le altre donne, alle quali era impedito di parlare e d’ affrancarsi dalla propria condizione di subalternità. Il ruolo prevalente della femmina è sempre stato quello di moglie e/o madre. 

Fino al 1978 la donna, in Italia, non poteva divorziare, né -sovente- le era consentito di scegliere il partner con il quale trascorrere tutta la vita. Sebbene tali limitazioni fossero spesso imposte a entrambi i generi, la donna non aveva gli stessi diritti dell’uomo. La scrittrice Sibilla Aleramo, una delle prime femministe d’Italia, nel suo libro autobiografico “Una donna” (1908) racconta d’essere stata costretta a sposare l’uomo che l’aveva stuprata. Quando nasce suo figlio, Walter, inizia a vivere per lui e lo cura, fino a maturare la consapevolezza che “Buona madre non è una semplice creatura di sacrificio: deve essere innanzitutto una donna, una persona umana”. E ancora scrive, testualmente: “Partire per sempre. Non ricadere mai più nella menzogna. Per mio figlio, più ancora che per me! Soffrire tutto, la sua lontananza, il suo oblio, morire, ma non provar mai il disgusto di me stessa, non mentire al fanciullo, crescendolo, io, nel rispetto del mio disonore!”

Il Codice Rocco e gli stupri impuniti

In Italia il codice penale, chiamato anche “Codice Rocco” (tuttora in vigore, con varie modifiche) classificava, fino al 1996, i reati di violenza sessuale tra i “delitti contro la moralità pubblica e il buon costume” e non contro la persona. Non si conosceva un tempo neanche il significato del termine “stupro”. Addirittura l’articolo 544 del codice penale -in vigore fino al 1981-, ammetteva il cosiddetto “matrimonio riparatore”: lo stupratore poteva estinguere il reato, sposando la ragazza che aveva rapito e violentato, anche se lei era minorenne. Nel Meridione d’Italia esisteva un’usanza, sopravvissuta tuttora a secoli di storia: la cosiddetta “fuitina” (fuggitina). Due innamorati, con i genitori contrari alla loro unione, potevano scappare insieme e, il giorno seguente, le famiglie, per non perdere l’onore, si trovavano costrette ad acconsentire al matrimonio. Oltre alle fughe d’amore tra persone consenzienti, venivano messi parallelamente in atto anche dei veri e propri sequestri. 

Capitava che la ragazza rifiutasse il suo corteggiatore. Veniva dunque rapita, sequestrata, violentata. Il mostro si appellava all’articolo 544: sposava la sua vittima e in tal modo non veniva arrestato per il crimine compiuto. Al contrario, poteva continuare a perpetrare violenza sulla propria moglie a vita, con il benestare delle istituzioni. Viene spontaneo chiedersi perché la ragazza accettasse le nozze con il suo aguzzino. Per capirlo occorre leggere romanzi (due su tutti: “Una donna” di S. Aleramo, autobiografico e “L’isola di Arturo” di Elsa Morante), parecchie decine di documenti di storia e diritto. In sintesi, oltre al codice penale, fonte del diritto, esisteva un codice d’onore, riconosciuto e comunemente accettato come dominante, in base al quale l’unica virtù della donna era costituita dalla sua verginità. Se violata, a nessuno importava che fosse consenziente o meno. L’onore dell’intera famiglia d’origine veniva macchiato e poteva essere riacquistato in due soli modi: attraverso l’uccisione dello stupratore e della ragazza, perpetrata dal padre o dal fratello di lei (pratica tuttora messa in atto in diversi paesi del mondo non Occidentale) oppure, se si voleva evitare la morte, esisteva appunto il matrimonio riparatore. Basti pensare che la martire più in voga negli anni ’70, in Italia, paese cattolico per eccellenza, era Santa Maria Goretti: una bambina, di soli dodici anni, la quale fu accoltellata dal mostro che cercava di stuprarla e,  in punto di morte, addirittura, lo perdonò. La Chiesa la pubblicizzava fino agli anni ’80 -e in taluni casi ancora oggi- come simbolo di virtù, ma più che spingere la collettività all’emancipazione e alla difesa di donne e bambine, l’interpretazione del fatto -leggendo i documenti dell’epoca, non solo quelli religiosi- appariva piuttosto di difesa dello status quo, delle consuetudini di una società prettamente patriarcale. In sostanza, una donna, se non arrivava ad essere accoltellata fino alla morte, veniva considerata consenziente. L’avvocato Tina Lagostena Bassi, nel primo processo per stupro in Italia, nel 1979, termina la sua arringa così: Ogni donna ricorda quello che è successo a chi ha cercato di ribellarsi alla violenza. Ed ecco che violenza vi è anche se non vi sono reazioni di difesa, perché non si può aspettare che tutte siano delle Sante Goretti!”

Franca Viola, la siciliana coraggiosa

La prima ragazza che ebbe il coraggio di ribellarsi totalmente al pensiero maschilista dominante dell’epoca, trovando appoggio nei propri genitori, o comunque la prima che balzò agli onori della cronaca per tale ragione, fu una Siciliana: Franca Viola, nel 1965. A soli 15 anni, Franca si era fidanzata -per volere dei genitori- con un tale Filippo Melodia, benestante nipote di un mafioso di Alcamo, dove la ragazza viveva con la sua famiglia.

Quando Filippo Melodia venne arrestato per furto, Bernardo Viola si rese conto che sua figlia Franca aveva ragione a rifiutare quell’uomo e interruppe il fidanzamento. Mentre Bernardo si trovava nei campi per lavoro, però, Filippo Melodia, appena scarcerato, considerando quel rifiuto come un affronto, irruppe in casa di Franca con undici amici e mise tutto a soqquadro. Colpì la madre alla testa e rapì la ragazza e il fratellino di appena otto anni. Il piccolo fu rilasciato poco dopo, mentre Franca fu sequestrata e tenuta nascosta per ben otto giorni, durante i quali subì violenza, secondo quanto ricostruito dai documenti giudiziari dell’epoca. Il rapitore le fece capire che avrebbe potuto rivedere la luce del giorno sposandolo, ma quando uscirono di casa, all’ottavo giorno, trovarono i carabinieri, perché Bernardo, il padre di Franca, non volle costringere sua figlia a vivere con l’uomo che le aveva inflitto violenza. In seguito, durante il processo, Filippo Melodia cercò di nuovo di appellarsi all’articolo 544, ma Viola disse “No” in aula e di nuovo rifiutò di sposarlo. Fu il primo processo nel quale un uomo venne condannato per un fatto simile in Italia. Filippo Melodia, non potendosi appellare all’articolo 544, fu condannato per sequestro di persona e reati contro il buon costume, a 11 anni di carcere, poi ridotti a due. Franca Viola dimostrò di certo una grande forza, ma la sua emancipazione fu possibile soprattutto grazie all’appoggio incondizionato che le diede il padre. Altre sue coetanee, in situazioni simili, erano invece costrette dai genitori a sposare i propri aguzzini, per rimediare all’ onore “leso” della famiglia. Si tratta di schemi comportamentali che oggi possono apparirci incomprensibili e che ritroviamo però ancora in molte altre parti del mondo, ove la donna ricopre un ruolo marginale e di subordinazione.

Franca Rame e “Lo stupro”

Nel 1980, un anno prima che venisse abolito l’articolo 544 sul “matrimonio riparatore”, Franca Rame, poliedrica autrice e attrice, recitava per la prima volta “Lo Stupro”, contribuendo alla formazione di una nuova coscienza collettiva sulla violenza di genere. Raccontava in un monologo l’atrocità della violenza sessuale, senza tuttavia rivelare di averla subita personalmente. Il 9 Marzo del 1973, Franca era stata sequestrata e trascinata a forza su un camion, dove cinque uomini la torturarono. Ebbe il coraggio di elaborare l’accaduto in un testo soltanto due anni dopo, nel 1975 e ci vollero cinque anni perché riuscisse a recitarlo davanti a un pubblico. Franca rivelò che l’opera era autobiografica soltanto nel 1987. Il procedimento giudiziario si concluse nel 1998, quando ormai il reato era andato in prescrizione. Nessuno fu assicurato alla giustizia, nonostante siano emersi chiaramente dei nomi dal processo ed elementi che fanno presupporre si sia trattato di uno stupro punitivo per “motivi politici”. Franca Rame e il marito Dario Fo sono sempre stati due artisti non violenti e avversi all’ideologia fascista. 

Per tale ragione, i mandanti dello stupro sono stati ricercati dagli investigatori negli ambienti di estrema destra, ma un pentito ha fatto dei nomi solo quando ormai il crimine era legalmente prescritto. Per capire come mai Franca Rame non andò subito a denunciare la tortura subita, per tentare di comprendere il silenzio di tante donne, di certo anche meno forti di lei, occorre ascoltare la sofferenza che emerge dal suo spettacolo e anche guardare i documentari sui processi per stupro. Passarono altri dieci anni dal caso di Franca Viola, perché si tornasse a parlare di violenza sessuale in un’aula di tribunale nel nostro Paese. Da un punto di vista giuridico è bene anche ricordare che lo stupro viene riconosciuto dal codice penale Italiano “crimine contro la persona” e non più contro la pubblica morale, soltanto con la legge n.66 del 15 Febbraio 1996. 

Il processo per stupro che destò più sconcerto in Italia, tanto da passare alla storia, avvenne in seguito al noto “Massacro del Circeo”, nel 1975. Due ragazze, Donatella Colasanti e Rosaria Lopez, furono invitate a partecipare a una festa e torturate da Giovanni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira, al Circeo. La vittima sopravvissuta, Donatella Colasanti, fu difesa dall’avvocatessa Tina Lagostena Bassi, che ebbe modo di rappresentare legalmente varie donne vittime di violenza e così commentava i processi: La giustizia era violenta come gli stupratori nei confronti delle donne. Era una violenza… uno proprio la sentiva, materialmente! Lei stessa, in tribunale, subiva spesso la violenza verbale dei suoi colleghi, in maggioranza uomini. La donna che denunciava i suoi stupratori si ritrovava ad essere accusata in tribunale. In un’arringa, la nota avvocatessa afferma: “Perché se invece che quattro oggetti d’oro, l’oggetto del reato è una donna in carne ed ossa, ci si permette di fare un processo alla ragazza? E questa è una prassi costante: il processo alla donna, che diventa la vera imputata. E scusatemi la franchezza, se si fa così, è solidarietà maschilista, perché solo se la donna viene trasformata in un’imputata, solo così si ottiene che non si facciano denunce per violenza carnale.” Nel 1979, la Rai trasmette “Processo per stupro” di Loredana Dordi, un documentario interamente girato in un tribunale, dove una diciottenne, Fiorella, è la parte offesa, che ha denunciato quattro ultra quarantenni, per violenza carnale: Rocco Vallone, Cesare Novelli, Roberto Palumbo, Claudio Vagnoni. Dal documentario -visibile integralmente su youtube- emerge come l’avvocato della vittima, che normalmente si ritrova ad essere la parte accusatoria, nei processi per stupro deve invece difendere la propria cliente da pesanti accuse.

Sconsigliamo la visione del video ai minori, in quanto è a metà tra pornografia e film dell’orrore. Tuttavia, si tratta di un documento necessario, per comprendere la storia delle donne nel nostro Paese. Si vedono questi quattro individui brutali, -uno dei quali pregiudicato-, che masticano gomme in aula e fanno di tutto per ribaltare la situazione -con l’aiuto dei propri avvocati- facendo passare per una prostituta la vittima: una ragazza, che per età e aspetto potrebbe essere la loro figlia e che ha subito un osceno stupro di gruppo. La diciottenne dice chiaramente di non volere un risarcimento economico, ma di pretendere una punizione per chi l’ha rovinata. Il Tribunale ritiene, infine, i quattro imputati colpevoli, condannando Rocco Vallone, Cesare Novelli, Claudio Vagnoni ad un anno e otto mesi di reclusione e Roberto Palumbo a due anni e quattro mesi. Tutti e quattro gli imputati, però, beneficiano della libertà condizionale e non scontano un solo giorno di carcere.

Oggi c’è ancora bisogno del femminismo?

Spesso la parola “femminismo” viene pronunciata con disprezzo, dalle donne e dagli uomini. Probabilmente perché non ci rendiamo sempre conto del suo reale significato. Sono trascorsi quasi quarant’anni da quando l’avvocato Tina Lagostena Bassi doveva combattere per difendere le ragazze violentate anche dalle stesse aule di tribunale e, se oggi le donne possono pretendere dalla giustizia Italiana d’avere rispetto e processi più dignitosi di allora, è grazie alle femministe degli anni settanta e ottanta. Tuttavia, la parità dei sessi sembra essere -spesso- ancora lontana. Alla fine di Gennaio 2015, la Corte di Cassazione di Roma ha condannato lo stupratore Francesco Tuccia, per violenza sessuale aggravata da sevizie e crudeltà, a soli sette anni e otto mesi, mentre in Appello aveva avuto una condanna ad otto anni. L’ex militare aveva stuprato una ventenne, lasciandola poi esanime in una pozza di sangue, in mezzo alla neve, a una temperatura di -10 gradi, nella notte del 12 febbraio 2012, a Pizzoli (L’Aquila), dove sarebbe morta, se non fosse stata soccorsa dai buttafuori di una discoteca. A Salvatore Parolisi, i giudici non hanno riconosciuto “l’aggravante per crudeltà”, nonostante sia stato ritenuto colpevole d’avere ucciso la moglie, Melania Rea, con ripetute coltellate. Che dire poi della piccola Yara Gambirasio, ginnasta uccisa a soli 13 anni? 

Più volte, a livello mediatico, l’unico indiziato del suo assassinio, Bossetti, è stato presentato come una vittima, sebbene tutte le prove siano contro di lui. Lo stesso successe nel caso della quindicenne Sara Scazzi, quando i media trasformarono in una povera vittima lo zio, Michele Misseri, ritenuto colpevole d’avere gettato il corpo della ragazzina in un pozzo. Purtroppo i femminicidi sono ancora talmente numerosi, in Italia, che farne un tragico elenco richiederebbe incalcolabili pagine. Non abbiamo la pretesa di ricordare tutte le vittime, molte delle quali sconosciute alla cronaca, né, per ragioni di spazio, possiamo rendere giustizia a tutte le attiviste che si sono battute per la causa femminile in passato. Stiamo cercando, con questo lavoro, di comprendere come e dove nasce quella violenza di genere che sembra sopravvivere a secoli di storia. Ci piace pensare che un giorno possa diventare un lontano ricordo di una realtà destinata a non ripetersi più. Di certo, al momento, nel nostro Paese, c’è una grande lacuna che necessita di essere colmata sull’argomento, a livello legislativo, giudiziario, mediatico, sanitario, educativo e politico. (M.I.)

 

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