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Ahmed, 21 anni, sogna di diventare un medico e specializzarsi in pediatria, per aiutare i bambini della sua terra, ma le raffiche di mitra lo prendono nel sonno. Ora è sul pavimento: soltanto uno dei tanti corpi, almeno 148, straziati da un gruppo di jihadisti, nel campus universitario di Garissa, in Kenya. Chad, 20 anni, è tra gli studenti migliori, al dipartimento di tecnologie ortopediche dell’Università. Il sogno di costruire protesi ha iniziato a coltivarlo che era ancora bambino. I suoi amici fantasticavano di diventare calciatori o star del cinema, invece lui voleva costruire una gamba nuova per suo zio, che era rimasto colpito dalle mine. Sapeva che un giorno avrebbe aiutato i bambini del suo paese a condurre un’esistenza migliore, ad avere quei mezzi che in Occidente diamo per scontati. Chad si sveglia prima dell’alba, con un mitra puntato alla bocca. I jihadisti permettono a tutti i musulmani del campus universitario di andar via e ai restanti, cristiani, chiedono di recitare la Shahada. Il ragazzo non vuole rinnegare la sua fede, oltretutto nel momento in cui si commemora la crocifissione di Gesù, nel venerdì santo che precede la Pasqua, ma poi ci ripensa: deve dare ai terroristi quello che vogliono, perché se resta vivo potrà salvare centinaia di vite, forse migliaia. Del resto anche San Pietro rinnegò per tre volte, di fronte ai romani, di conoscere Cristo. Chad promette a sé stesso che, se sopravvive, curerà tutti: musulmani, cristiani, buddisti, induisti, atei, ebrei, agnostici, bambini, donne, uomini. Nella sua mente un paziente è soltanto un essere umano. E poi c’è Aba, la sua compagna d’Università, ai suoi occhi una Dea. Bella e intelligente: ha preso il voto più alto all’ultimo esame. Si è innamorato di lei il primo giorno in cui l’ha vista sorridere e non può andarsene senza avere ancora mai provato a darle un bacio. I genitori di Chad, però, sono entrambi cristiani e l’unico dal quale abbia ascoltato la Shahada era suo nonno paterno, morto quando lui aveva appena sei anni. “Recita la Shahada, proclama la tua fede in Allah!” Gli strilla l’uomo che ha di fronte e gli punta il mitra di nuovo alla testa. Chad pensa a suo nonno e, tremando, inizia a recitare: “Ašhadu an lā ilāha illā Allāh – wa …” Un attimo d’esitazione, cerca nella mente la parola giusta ed ecco che sta per uscire fuori, ma un colpo di mitra gliela ricaccia in bocca. La morte nelle mani dei terroristi ha fretta, non può aspettare… Ci sono altri 147 giovani da fare fuori, prima che il sole sorga e vogliono sbrigarsi, a convertire. Basta l’esitazione di una sillaba, per finire a terra esanime, in quel lago rosso di sogni spezzati. Maometto non si può immaginarlo in altro modo che pieno di lacrime, adesso, così come lo disegnò Charb dopo l’attentato a Charlie Hebdo. Il profeta, di certo, avrebbe detto al ragazzo: “Stai tranquillo, prenditi tutto il tempo che vuoi per ricordare le parole, fratello…se sbagli non preoccuparti, te le insegnerò io…” E Gesù Cristo, anche oggi, è Africano. (M.I.)

 

RedazioneDirettoPunti di vistaAfrica,Garissa,Kenya,Strage di Garissa,terrorismo,terrorismo islamicoAhmed, 21 anni, sogna di diventare un medico e specializzarsi in pediatria, per aiutare i bambini della sua terra, ma le raffiche di mitra lo prendono nel sonno. Ora è sul pavimento: soltanto uno dei tanti corpi, almeno 148, straziati da un gruppo di jihadisti, nel campus universitario di...