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di Miriam Iantaffi

Nel complesso, la riforma della Scuola, contiene buoni propositi d’intervento: l’attuazione di un’offerta formativa che potenzi le competenze linguistiche, artistiche e tecnologiche di studentesse e studenti e il rispetto delle pari opportunità. Aumentano i fondi pubblici riservati agli istituti scolastici ma resta aperta, nei sindacati, la discussione sulle modalità di programmazione del bilancio, che i dirigenti possono attuare in autonomia. Un punto ancora nebuloso della legge, al quale i Media non hanno dato finora rilevanza e che andrebbe chiarito, con una legislazione specifica, riguarda piuttosto l’alternanza scuola-lavoro. La legge del 13 Luglio 2015 non indica un salario orario minimo garantito agli studenti che svolgono attività formativa e lavorativa presso le imprese. La riforma, fatta eccezione per la messa online di un registro di aziende ed enti disponibili, non introduce in merito sostanziali novità rispetto alla Legge del 2003, che disciplina la materia e al decreto legislativo 77/2005. Mentre nell’ambito di un percorso universitario, le esperienze lavorative sono sempre auspicabili, nell’adolescenza –fino ai 18 anni- si avrebbe diritto principalmente a una formazione culturale completa, per poter affrontare il mondo del lavoro, una volta diplomati, con gli adeguati strumenti di analisi. Nel momento in cui i ragazzi di 16 anni vengono invece spinti a lavorare, avrebbero anche diritto ad essere pagati per la formazione che l’impresa intende effettuare ai fini della propria produzione. In Italia, in assenza di una specifica legislazione in merito ai compensi, con la pressione fiscale che spesso non incentiva l’attività economica, c’è il rischio reale che l’alternanza scuola-lavoro possa tradursi in una forma di sfruttamento. Uno strumento che consente alle imprese di risparmiare sul personale, a danno anche della popolazione inoccupata che ha già completato gli studi e dei disoccupati con bassi livelli di scolarizzazione. Per quale motivo un’azienda dovrebbe pagare un diplomato per lavori di manodopera, quando può avvalersi di un sedicenne, che non chiede stipendio ed è obbligato a lavorare per accumulare crediti? Altra questione, indiscutibile, è se gli studenti decidono di effettuare lavoro volontario, in base alle loro personali inclinazioni e disponibilità di tempo, stabilendo ad esempio di dedicarsi alla formazione presso un’impresa per due o tre ore settimanali gratuite, di loro spontanea iniziativa. Stabilire invece, come fa la nuova legge, l’istituzione di un registro online per favorire l’alternanza scuola-lavoro, potrebbe condurre i giovanissimi a una “scelta obbligata.” In determinati settori, l’alternanza scuola-lavoro, sebbene abbia lo scopo di potenziare le competenze degli studenti, ha già dato ampiamente prova di prestarsi ad un utilizzo non sempre etico della forza lavoro. Pensiamo, ad esempio, agli aspiranti parrucchieri e all’alternanza scuola-lavoro che caratterizza il loro ciclo di studi. Il corso professionale prevede un periodo d’apprendimento in aula e un altro presso le sale parrucchieri, dove i ragazzi si prestano a lavorare, con turni giornalieri assai impegnativi, a fronte di compensi/rimborsi che, nella maggioranza dei casi, equivalgono a pochi spiccioli, sufficienti a malapena per pagarsi il pranzo. Lo stesso accade in altri settori, eterogenei tra loro: dal mondo della produzione televisiva e cinematografica, al business della ristorazione. Per tale ragione la riforma scolastica non può considerarsi scollegata da un’adeguata Riforma del Lavoro.

RedazioneDirettoPoliticaPunti di vistaalternanza scuola lavoro,disoccupazione,economia,Italia,occupazione,politica,riformadi Miriam Iantaffi Nel complesso, la riforma della Scuola, contiene buoni propositi d’intervento: l’attuazione di un’offerta formativa che potenzi le competenze linguistiche, artistiche e tecnologiche di studentesse e studenti e il rispetto delle pari opportunità. Aumentano i fondi pubblici riservati agli istituti scolastici ma resta aperta, nei sindacati, la discussione...