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 Mai prima d’ora avevamo subito un attacco così feroce contro la stampa libera, né mai avevamo assistito ad uno spettacolo mediatico più osceno di quello mandato in onda negli ultimi tre giorni da taluni conduttori TV -che pure di notorietà non hanno affatto bisogno, ma forse per questo non ne hanno mai abbastanza-. Mi riferisco a coloro che hanno trasmesso, in data 7 e 8 Gennaio, presunte scene di cattura in diretta dei terroristi, ritenuti responsabili dell’atroce attentato al giornale satirico francese Charlie Hebdo. In realtà si trattava di video creati ad arte, per aumentare gli ascolti. Per fare “share”, come fosse un film. “Ecco la polizia davanti la casa dei terroristi, da un momento all’altro dovrebbero uscire”, annunciavano già il 7 Gennaio sera, in televisione, mentre il sangue di poliziotti e artisti, assassinati, scorreva vero e ancora caldo sulle strade di Parigi. Che si sia trattato di video con false informazioni circa fantomatiche catture imminenti, lo dimostra il fatto che Cherif e Said Kouachi, ritenuti i due autori del massacro di Charlie Hebdo, sono stati uccisi due giorni dopo, il 9 Gennaio e non in una casa, bensì in uno scenario totalmente diverso da quello mostrato nei suddetti video: una fabbrica, dove si erano barricati. Intanto, nella capitale Francese, Amedy Coulibaly, che giovedì aveva ucciso una poliziotta a Montrouge, teneva in ostaggio una ventina di ebrei -tra i quali dei bambini- in un market kosher, per ore, chiedendo la liberazione dei due presunti terroristi. Sono state uccise quattro persone d’origine Ebraica, con l’unica “colpa” di avere scelto una spesa kosher. Il fatto, orribile, è accaduto da poco e non sappiamo ancora quali ripercussioni avrà sui media mondiali e se il dibattito verrà spostato sull’annosa dicotomia Islamismo/Ebraismo.

LE DICOTOMIE OCCIDENTALI E LA GUERRA DEGLI HASHTAG

Un elemento che colpisce è la frenesia dicotomica che caratterizza da sempre l’Occidente, ovvero la necessità di schierarsi pro o contro qualcuno, con toni da barricate di guerra. Complottisti versus razzisti. Si sono altalenati opinionisti pro islam a ogni costo, verso xenofobi che vogliono chiudere tutte le frontiere subito e possibilmente anche i villaggi vacanza, sia mai che là dovessero infiltrarsi degli Islamici. I complottisti affermano che dietro l’attentato si celerebbe esclusivamente la mano dei servizi segreti, con l’intento di riaccendere un focolaio in Medio Oriente. Come se il fuoco non fosse stato già abbastanza alto prima del massacro di Hebdo. La tesi più ridicola che ho letto è stata: “Dal corpo del poliziotto a terra non usciva sangue… Non è davvero morto!” Gli xenofobi, invece, sono riusciti a prendersela con chiunque abbia un nome che finisca per fà, ed, iz o ir, o in. Non sono giorni spensierati per i Mustafà, gli Aziz, gli Amir, i Kalehd… I benpensanti hanno inveito perfino contro l’imam di Firenze, Elzir Izzedin, una delle persone all’apparenza più moderate ed educate che i media abbiano ospitato, colpevole tuttavia di avere in sè sia ir che in, rispettivamente a fine nome e fine cognome. Dalla sottocultura della tensione nasce un prodotto: la guerra degli hashtag.

La dicotomia espressa dai media, ai vertici, ovviamente, si estende all’intera comunità, che su internet è stata capace di litigare e schierarsi pro oppure contro un semplice hashtag. Tutto ha avuto inizio quando uno scrittore Musulmano, Dyab Abou Jahjah, ha giustamente rivendicato il suo diritto ad essere considerato parte lesa dall’attentato al giornale Parigino e non uno dei carnefici. In risposta al tag #JesuisCharlie, diffuso in tutto il mondo, ne ha proposto un altro: #jesuisAhmed, dedicato ad Ahmed, il poliziotto di origine Araba ed Islamica, ucciso nell’attentato del 7 Gennaio. “Io non sono Charlie, sono Ahmed, il poliziotto ucciso. Charlie ha ridicolizzato la mia fede e la mia cultura e io sono morto, per difendere il suo diritto a farlo.”

Da lì il messaggio si è diffuso in modo virale, in tutte le lingue del pianeta e la gente ha iniziato a offendersi e schierarsi pro Charlie oppure pro Ahmed, sottolineando la distinzione con epiteti poco edificanti diretti agli “altri.” Come se non ci si potesse dispiacere per il dolore di tutti: dei vignettisti e del giovane musulmano, morto nel tentativo di difenderli. Anche nella sofferenza di esseri umani uccisi dagli stessi colpi di arma da fuoco, sparati dalle stesse mani, l’Occidente sembra avvertire la necessità di individuare una graduatoria di valore. Noi ricordiamo che il giornale satirico Charlie Hebdo ha ridicolizzato non soltanto l’Islam, ma anche i leader Cattolici ed Ebraici e i politici Occidentali, perché, come ogni satira che si rispetti, non aveva padroni.  Oltre ad Ahmed, che difendeva la libertà di stampa davanti alla sede del giornale, nella redazione c’era Mustafà, correttore di bozze, anche lui di origine Araba e Islamica e anche lui rimasto ucciso nel tragico attentato. Forse, a qualcuno, sfugge un semplice dato di fatto: dodici uomini sono davvero morti la mattina del 7 Gennaio, a Parigi, in un attentato, ed erano vignettisti, giornalisti, poliziotti. A loro si sono aggiunti, il 9 Gennaio, altri civili e una poliziotta che ha evitato l’eccidio di bambini, in una scuola Ebraica. Quale sia la reale matrice degli attentati lo stabilirà il tempo. Le azioni sono state rivendicate dai terroristi di Al Quaeda, ma Coulibaly, prima di compiere la strage nel market kosher, ha spiegato, in un video, di appartenere al Califfato dell’Isis. Resta una verità incontrovertibile: hanno colpito l’informazione, la satira, lo sberleffo, la libertà d’espressione. Sono sterili le polemiche intorno alle vignette di Charb, apparse su diversi organi d’informazione, che le hanno definite “volgari”.  Aristofane, il più grande e uno dei più antichi maestri di satira di tutti i tempi, sottolinea l’immenso potere dell’arte di agire sulla realtà in cui viviamo e così insegna: “Ingiuriare i mascalzoni con la satira è un atto nobile. A ben vedere significa onorare gli onesti!” Per tale ragione la satira infastidisce più di tutto i violenti. I dittatori di ogni epoca e luogo hanno sempre tentato di metterla a tacere. La domanda che più spesso mi è capitato di sentire, in questi giorni, è: “Come risponde il mondo Musulmano all’attentato contro Hebdo e contro la libertà di stampa?
LA MANCANZA DI UN LEADER MUSULMANO UNIVERSALE 

Se finora abbiamo sottolineato la caratteristica tendenza Occidentale a scindersi in modo dicotomico, è bene chiarire anche alcuni punti che caratterizzano le società Islamiche. Non si può dire, ufficialmente, che l’Islam, nella sua totalità, condanni gli attentati, né che l’Islam li provochi, perché la religione Islamica non ha un capo religioso universale al quale fare riferimento. I cattolici hanno il Papa, gli Ebrei il Rabbino Capo, i buddisti Tibetani hanno il Dalai Lama, quelli laici dell’S.G.I. hanno il Presidente e ogni leader ha la responsabilità di tracciare delle linee guida, al fine di impedire la diffusione delle interpretazioni religiose “fai da te”. Ogni Imam è, invece, responsabile esclusivamente della propria moschea, quindi non esiste un pensiero unitario Islamico. Occorre chiarire tale concetto, per tutti. L’ imam di Firenze, che tanto è stato attaccato negli ultimi giorni, può influire sul pensiero dei Musulmani sparsi per il mondo tanto quanto il capo della Chiesa Ortodossa può dettare legge ai Valdesi o agli Anglicani. Di certo, Elzir Izzedin, è ben diverso dall’ imam Farid Banyettou, condannato a sei anni di carcere per reati legati al terrorismo. Farid sceglieva i suoi adepti nelle banlieue e proclamava la “sua” fede in una moschea di Parigi, dove bazzicava spesso Said Kouachi, uno dei terroristi uccisi dai servizi speciali Francesi. Said rimase affascinato dall’Imam Farid, al punto tale da andare in Siria, per imparare a difendere quello che, secondo lui, era il “vero” Islam. Mi chiedo quanti diversi Islam esistano e mi rendo conto che sono tanti quanti i diversi tipi di Cristianesimo nel mondo, se proprio vogliamo fare un paragone. La shari’a, la legge Islamica, sostiene che soltanto l’autorità di Allah è valida su tutti gli uomini e non possono esistere mediatori tra Dio e i fedeli. I mullah, ulema mufti sono esperti, studiosi della religione Islamica. Possono consigliare i singoli che nutrano dei dubbi sulla religione, ma non sono considerati infallibili né “Dio in terra”, com’è invece considerato il Papa dai Cattolici osservanti. Il mufti, dopo avere studiato il Corano in modo approfondito, è l’unico che ha l’autorità, per gli Islamici, di deliberare se una cosa è lecita o proibita nell’Islam, in base anche alla Sunna, la tradizione. Può emettere le sentenze -fatwa- che hanno valore di legge, ma esclusivamente nella comunità dove vengono emesse. Non sono considerate una guida per tutti i Musulmani nel mondo. L’imam è, invece, il capo della moschea per i sunniti, per gli sciiti è il discendente di Alì e possiede le doti spirituali e anche militari del profeta Maometto. Il mullah è uno studioso, un esperto del Corano, così come l’ulema, considerato un teologo e mistico dell’Islam. I marabutti sono invece anziani che vengono venerati dalla comunità dove vivono -tribù, villaggio, piccola città- perché hanno condotto una vita esemplare e rispettosa del Corano. Possono essere stati anche guerrieri, nelle tribù Africane, anche se oggi il loro ruolo sembra essere più che altro quello di santoni. Vengono chiamati per guarire i malati, benedire i matrimoni, effettuare esorcismi. Non dovremmo scandalizzarci, né per questo ritenerci una “civiltà superiore”. Anche in Italia la gente fa celebrare il matrimonio ai preti, porta i malati ai santuari, sperando in un miracolo o cerca i frati esorcisti, mossa dagli stessi principi che portano i Musulmani a cercare i marabutti. Colpiscono soprattutto due elementi delle società Islamiche, che ho cercato di sintetizzare: l’assenza totale di un leader Internazionale e di donne al potere. Per quanto concerne il primo elemento, l’assenza di un Capo universalmente riconosciuto come guida dei Musulmani, ripeto, potrebbe portare ognuno ad interpretare il Corano come vuole, nel bene e nel male. Anche la Bibbia viene letta in modo diverso da cristiani ortodossi, cattolici ecc. Il conduttore TV che insiste nel dire all’imam di Firenze: “Lei deve spiegare ai terroristi che questo non è Islam, voi dovete parlare tra voi! Lei deve farglielo capire…“ commette un errore. Noi giornalisti, tutti, dobbiamo renderci conto che la pretesa verso l’imam locale di ergersi a guida planetaria, equivale ad aspettarsi che il Papa convinca i testimoni di Geova a partecipare alle feste di compleanno -per loro vietate- o a donare il sangue. Gli imam che convivono pacificamente nel nostro paese e pregano il loro Dio senza arrecare danni a nessuno, non hanno, purtroppo, alcun potere sui fondamentalisti, né sui terroristi. Questi ultimi pullulano nella povertà, nella sofferenza e nell’emarginazione. Dubito che una persona felice in Europa possa decidere di tornare in Siria, o in qualsiasi paese Arabo d’origine, per diventare un guerriero, pronto a sacrificare la propria vita pur di uccidere gli Occidentali “infedeli”. Per quanto riguarda l’assenza delle donne al potere, il legame tra questo dato e la violenza “esplosiva” degli ultimi giorni è stato forse sottovalutato. 

L’ASSENZA DI DONNE AL POTERE

Hai voglia ad affermare che l’Islam non è maschilista, ma imam, marabutti, mullah, ulema, mufti, sono tutti uomini. Del resto, anche ai vertici della religione Cattolica ci sono esclusivamente uomini. In ogni caso, non tutto ciò che esiste dev’ essere considerato immutabile e la società dovrebbe tendere verso un accrescimento delle libertà e dei diritti individuali e non verso la loro riduzione. Ciò che va affermato, a chiara voce e senza accettare d’essere etichettati come “razzisti” è il nostro diritto, come comunità d’ individui, ad evolvere e non involvere. Se anche la nostra non è un’ organizzazione socio culturale ed economica perfetta, né ideale, non dobbiamo retrocedere mai verso un sistema di valori che umilia la donna e sottopone delle bambine indifese all’infibulazione, pratica vietata dalla legge Italiana solo recentemente, a partire dal 2006. Prima di tale data, gli immigrati provenienti dalle zone dove la pratica è diffusa, potevano mutilare le proprie figlie, senza incorrere in nessuna sanzione e addirittura alcuni ospedali Italiani effettuavano l’infibulazione delle bambine, su richiesta dei genitori. Si tratta di un fatto inaccettabile, com’è inaccettabile che a Padova, il mese scorso, siano stati richiamati dei medici maschi in pensione, perché molti immigrati Islamici si rifiutavano di essere visitati da medici donne, ritenendole incapaci per definizione. Non dobbiamo rinunciare ai diritti che abbiamo già acquisito.

VERSO LA CONQUISTA DEI DIRITTI CIVILI 

La risposta dell’Europa agli attentati di Parigi non può essere la diminuzione delle libertà, strada scelta dagli Usa di Bush all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle. Marin Le Pen, leader del Front National, ha lanciato una proposta terribile: indire un referendum per reintrodurre in Francia la pena di morte. Non riuscirà, così come non possono attecchire tali idee in Italia, primo Paese, nella storia, ad avere combattuto la pena di morte, con il famoso saggio di Cesare Beccaria “Dei delitti e delle Pene”, pubblicato nella seconda metà del Settecento, mentre nel resto del mondo i presunti rei si uccidevano, per lo più, in modo barbaro. Oggi, noi Italiani siamo lontani dai nostri antichi albori culturali, ma un’involuzione in senso anti democratico non è certo la soluzione per tornare all’età dell’oro. Dobbiamo, piuttosto, lo ripetiamo, accrescere i diritti civili, uniche armi credibili per combattere ogni forma di terrorismo. Ho sentito da più parti la proposta d’imporre l’Italiano in ogni moschea e vietare che i fedeli comunichino in Arabo ma tale provvedimento sarebbe, a mio avviso, oltre che di difficile attuazione, anche controproducente. Chiunque tenterà di limitare la libertà di culto dei Musulmani, in Europa, non farà altro che moltiplicare gli estremisti. Per lo stesso principio matematico, chiunque abbia tentato di eliminare Charlie Hebdo ha, nonostante tutto il sangue versato, fallito la propria missione ultima. Prima dell’attentato, il giornale satirico Parigino stava attraversando una crisi, tanto che l’ultimo numero pare sia stato stampato in meno di 20.000 copie. Ora ne usciranno più di un milione. (M.I.)

 

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