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Pubblicità del reparto giocattoli di una nota catena di supermercati

Gli scaffali nei negozi di giocattoli ci dicono che le differenziazioni di genere sono -a dispetto di quanto si affermi da più parti- sempre marcate, anche alle porte del 2016. Pareti rosa, con bamboline, ferri da stiro e aspirapolverine in miniatura e di rimpetto pareti celesti con mostri, macchinette, pistole e giocattoli che aguzzano l’ingegno e le abilità manuali. Addirittura esistono negozianti e consumatori convinti che i droni -e, in generale i giochi elettronici- siano “da maschi”. Perfino il Lego, gioco unisex per eccellenza, ha ceduto alle lusinghe degli stereotipi di genere. I mattoncini colorati della mia infanzia, fino alla fine degli anni ’80, non avevano sesso. Ci divertivamo a costruire, in modo indifferenziato. Oggi vedi invece per i negozi mamme trafelate che chiedono dov’ è la parete lego da femmina e davanti ai loro occhi si apre un’interminabile fila di scatole rosa, con principesse e fiorellini. Al fine di farmi aiutare a restare sul pezzo, mostro un catalogo giochi, di un noto supermercato, a Raffaele, 9 anni e gli chiedo di spiegarmelo, di tradurre in parole le immagini che osserviamo, perché non capisco cosa voglia dire il venditore di giocattoli che scrive “piazza delle bambine” da contrapporre a “via dei bambini”. Mi dice: “Vedi, la cucina, l’aspirapolvere e il ferro da stiro stanno nella piazza delle bambine, perché sono giochi da femmine”. Gli chiedo se posso regalargli la cucina per Natale. “La cucina forse sbagliano a metterla tra i giochi delle femmine, è vero, perché tutti quanti possono cucinare, ho visto in televisione pure i maschi scieffi!” Giusto.“Nella via dei bambini, vedi il catalogo, ci stanno l’aereo da pilotare, le macchine, i dinosauri, che sono giochi da maschi” mi spiega ancora Raffaele. Gli chiedo perché e se le femmine, da grandi, non guidino anche loro le macchine. Annuisce ma mi fa notare che i piloti di aereo di solito sono uomini, non donne. Mi chiede poi quali sono secondo me i giochi da femmina. Bene: non esistono giocattoli da bambina o da bambino. Esistono soltanto giochi più o meno divertenti, secondo i gusti individuali. Trovo divertente il drone o l’elicottero e noioso l’aspirapolverino o il ferrino da stiro e non mi sento meno femmina per questo. Allo stesso modo, se un bambino vuole giocare a fare il cuoco o le pulizie, perché ride e si diverte così, non per questo dev’essere chiamato “femminuccia.” Raffaele è d’accordo, le nostre ricerche relative agli studi di genere, coadiuvate dal catalogo del market, ci portano infine agli stessi risultati. Nessun fantomatico dottor Gender ha circuito le nostre percezioni. L’infanzia è un periodo limitato della vita, che dura all’incirca 11 anni, in Occidente. Hanno tempo, le persone adulte, per capire cosa significhi, secondo loro, essere maschio o femmina. Lasciamo, semplicemente, i bambini e le bambine liberi e libere di giocare con quello che vogliono e che trovano divertente. Se sei tra i costruttori di aspirapolveri giocattolo, non pretendo che tu cambi la tua produzione, ma almeno smetti di mettere in commercio confezioni rosa confetto con foto di bimbette sulla scatola, perché le femmine non sono le colf dell’umanità. Stai tranquillo se tuo figlio maschio non ama i mostri ma preferisce le bambole: non per questo la tua stirpe si estinguerà o finirà sul carro di un Gay Pride a cantare Madonna. Se tuo figlio andrà a un Pride, da adulto, sarà per sua scelta e per altre ragioni, non certo perché ha giocato con i minipony o i soldatini e andrà bene anche così, perché Madonna ha dato vita a bellissime canzoni e, in ogni caso, cantare è più divertente che dire agli altri come devono vivere la loro vita. Se tua figlia vuole fare il meccanico, invece di farsi la manicure, che male ti fa? Lanciamo un nuovo hashtag da condividere sui social: #giococomevoglio. Scrivetelo sul vostro status, sui vostri profili facebook e/o twitter, o instagram, insieme a fotografie di persone felici di qualsiasi età, che giocano con piste di macchinette, droni, aerei, bamboline -evitando di mostrare troppo le marche, perché lo scopo non è fare pubblicità gratuita ai produttori-. Se le foto saranno rese pubbliche, le condivideremo per lanciare un messaggio di gioia.  (M.I.)

 

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